Penso dunque sono

Siamo abituati a risolvere i problemi pensando. Abbiamo dato al pensiero le chiavi per risolvere qualunque cosa.

L’idea è che, in un modo o nell’altro, sviluppando il giusto pensiero sentiremo nascere la felicità dentro di noi.

Ci sembra di aver assolto al nostro dovere di esseri umani quando pensiamo molto a tutta la nostra vita. Addirittura crediamo che la meditazione serva a far pensare in modo corretto.

Ci aspettiamo dal pensiero la soluzione di tutti i nostri problemi. La locuzione Cogito ergo sum, penso dunque sono, di Cartesio rappresenta una certezza quasi indubitabile in cui l’uomo occidentale si riconosce.

Noi ci identifichiamo con i nostri pensieri.

A volte supponiamo di non aver pensato abbastanza alle soluzioni di un problema e per questo non siamo riusciti a risolverlo e a cambiare qualcosa della nostra vita.

Abdicare a ogni altra nostra facoltà in favore della iperattività mentale diventa in questo modo una specie di fede cieca.

La vera sofferenza per l’essere umano nasce, per lo più, dal continuo, infinito, estenuante monologo interiore dei nostri pensieri.

E’ proprio l’attaccamento all’iperattività del pensiero che ci rende ciechi a tutte le capacità della mente diverse dal pensiero logico e razionale.

Con la proliferazione del pensiero discorsivo oscuriamo proprio l’abilità di vedere che i pensieri sono solo pensieri e che le possibilità della mente non si esauriscono nei ragionamenti ordinari.

La Mindfulness lavora per rallentare questo tipo di processo e non per negare ogni attività intellettiva. Rende possibile una modalità di conoscenza che si manifesta quando l’attività discorsiva ininterrotta della mente si placa, creando lo spazio perché emerga spontaneamente l’insight. E’ una consapevolezza silente, una presenza al di là delle parole e dei concetti e dei significati.

Maestro Tetsugen Serra